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DOLBY ATMOS

DOLBY ATMOS

DA 'DDAY' di Roberto Pezzali - 21/08/2014
Dolby porta nelle case la nuova codifica basata sull'audio a oggetti. Vediamo cos'è, come funziona e come fare per trasformare il nostro impianto multicanale in un sistema Atmos senza spendere troppo

Eravamo rimasti fermi al 7.1, al Dolby Digital Plus e al DTS. Per un lungo periodo, complice anche il calo di interesse verso l’home cinema, sembrava che tutto si fosse fermato, fossilizzato. Non è così: Dolby, negli ultimi anni, ha lavorato per portare nelle case la sua nuova tecnologia cinematografica, il Dolby Atmos, un nuovo tipo di audio multicanale che supporta fino a 64 canali e promette un vero surround a 360° con una precisione e un dettaglio nella riproduzione della scena mai vista prima. Dolby Atmos è arrivato tra noi: Onkyo, Yamaha, Pioneer e Marantz hanno lanciato i primi sintoamplificatori dotati di Dolby Atmos, e chi finalmente vuole dare una nuova spinta al proprio sistema home cinema forse è giunta l’ora di pensare a questo upgrade.

Dolby Atmos per la casa, infatti, sfrutta le logiche del modello cinema ma non richiede la stessa quantità di diffusori, anche se è molto flessibile: un upgrade ad Atmos, anche di base, è molto meno dispendioso in termini di spazi e costi di quanto si pensi. Ma prima è bene capire di cosa stiamo parlando e di come funziona il nuovo Atmos.

L’audio a oggetti è la rivoluzione
Dolby Atmos introduce il nuovo concetto di audio a oggetti: l'audio multicanale del Dolby Digital e del DTS è fatto da tracce audio sincronizzate, l’audio multicanale del Dolby Atmos è un qualcosa in più, perché aggiunge una serie di oggetti audio che in fase di post produzione possono essere posizionati e collocati con precisione millimetrica attorno al punto di ascolto.

Atmos posiziona nella stanza singoli oggetti, non tracce audio Una mosca che ronza, un elicottero, un missile, un vetro che si infrange: tutti questi elementi, che prima erano approssimati all’interno del flusso 7.1, ora vengono ricostruiti e posizionati nell’ambiente dall’Atmos Engine garantendo il massimo realismo possibile. Oltre al posizionamento Atmos si occupa anche dello spostamento di questi oggetti audio, che non sono ovviamente statici: una serie di metadati inseriti nel flusso audio permette di stabilire, sincronizzato ovviamente con la traccia audio di base, dove e come questo oggetto deve muoversi e soprattutto come deve variare la sua intensità al variare del tempo. Le sue potenzialità non sono ovviamente illimitate: oltre alla traccia di base che può arrivare a 9.1 canali Atmos può gestire fino a 118 oggetti, per un totale di 128 elementi audio. Un numero che non deve spaventare, perché il sistema stesso è in grado di sfruttare al meglio i diffusori a disposizione per restituire al meglio questi 128 elementi: una configurazione base di Dolby Atmos per la casa prevede infatti solo 7 diffusori più un subwoofer, e questi pochi diffusori basteranno a riprodurre tutti gli elementi. Aumentando il numero di diffusori aumenta ovviamente la resa, ma aumenta anche la spesa.
Servono davvero tanti diffusori?
Quello che può spaventare del Dolby Atmos è la sua scalabilità fino a 64 diffusori. In realtà ne bastano molti meno, e anche se Dolby ha dichiarato che esiste un produttore che sta per creare un amplificatore consumer a 32 canali i prodotti esistenti sul mercato sono molto più limitati e al massimo si può arrivare a 12 canali, subwoofer incluso. Le possibilità di installazione dell’Atmos sono molto più flessibili di quelle dei codec precedenti: se per un sistema 5.1 o 7.1 avevamo una certa rigidità, Atmos ci va scegliere tante strade.
Una sola cosa è indispensabile (ma poi vedremo che c’è un trucco per ottenerla): i diffusori sul soffitto. Atmos, per poter gestire un posizionamento degli oggetti a 360° attorno al punto di ascolto, deve poter appoggiarsi anche a una coppia di speaker sul soffitto. Ecco perché la classica dicitura 5.1 degli attuali standard, dove “5” identifica i diffusori di base e “1” il subwoofer, con Atmos si parla di 5.1.2, dove il “2” aggiuntivo sono i diffusori a soffitto.

Diffusore sul soffitto, si può evitare
Il diffusore a soffitto potrebbe essere l’elemento che fa tramontare i sogni di Dolby Atmos, ma non è proprio così. A prescindere dal fatto che un diffusore a soffitto può tranquillamente essere incassato in un controsoffitto di cartongesso, Dolby ha creato una serie di “Atmos Enabled Speaker” che utilizzano la riflessione per simulare i diffusori a soffitto. Non li produce ovviamente lei, ma li stanno creando i vari produttori prevedendo nella parte alta del diffusore tradizionale un ulteriore speaker full range rivolto verso l’alto e opportunamente tagliato che sfrutta la riflessione del soffitto per gestire gli effetti provenienti dall’alto. L’effetto probabilmente non è lo stesso, ma Dolby assicura che i miglioramenti ci sono. Per chi non vuole cambiare i diffusori esistono degli “add on”, piccoli speaker da posizionare sopra i diffusori principali rivolti verso l’alto che fanno esattamente la stessa cosa. Le varie aziende hanno iniziato ora a proporre queste soluzione, e quanto prima cercheremo di mettere insieme un sistema Atmos completo per provare le diverse configurazioni nella nostra sala di ascolto.

Atmos, upgrade indispensabile o è solo marketing?
Atmos è un qualcosa di nuovo nel mondo dell’audio, soprattutto per il passaggio alla gestione ad oggetti che apre le strade a tanti possibili scenari. Fino a quando non ci saranno dischi blu.ray dotati di questa codifica è davvero difficile capire se in casa, con un numero ridotto di diffusori, Atmos possa essere efficace come in un cinema dove sono ben 64 canali a disposizione per gestire panning e scene d’azione.
L’idea c’è, al cinema funziona ma resta da capire se la mossa di Dolby di portare l’Atmos in ambito domestico sia commerciale (licenze e nuova linfa per i partner che da anni non avevano nulla di nuovo) oppure se davvero questo sistema può far tornare la voglia di audio multicanale in casa, magari in ambito gaming dove le potenzialità sono enormi.